- reset +

Escursioni

L'associazione organizza

escursioni alternative

su richiesta per:

- CERVETERI

- TARQUINIA

- CIVITA CASTELLANA

Per informazioni:

info@irasenna.org

 

 

 

La Lezione di Cerveteri

PDFStampaE-mail



La lezione di Cerveteri
da «Archeologia», n. 5, maggio 1987 di Ludovico Magrini

Tra le zone archeologiche dell’Etruria meridionale maggiormente saccheggiate dai ricercatori abusivi antichi e moderni, Cerveteri rappresenta un caso emblematico e un motivo di meditazione sulle difficoltà, che spesso appaiono insuperabili, di gestire la valorizzazione del patrimonio storico e monumentale.

Con le sue necropoli scavate nel tufo a ricreare un immenso impianto urbano articolato in tombe dall’architettura fastosa, strade e piazze, Cerveteri poteva costituire un complesso archeologico di proporzioni almeno pari a quelle di Pompei. Così non è stato.

Dopo gli scavi indiscriminati dei cercatori di tesori ottocenteschi, dopo la parentesi di Raniero Mengarelli al quale, pur con tutte pecche scientifiche da cui non è andato esente il suo lavoro, dobbiamo quel poco che esiste di visibile e di godibile, negli ultimi quarant’anni abbiamo assistito e assistiamo tuttora alla più totale devastazione che sia mai stata perpetrata di un’area archeologica. Un saccheggio che, dopo aver imperversato nelle necropoli, da qualche anno ha preso di mira la stessa area urbana, un vero forziere di dati storici, come stanno rivelando le ricerche, purtroppo limitate, condotte dal Cnr su un’area marginale dell’antica città.

In questi ultimi quarant’anni, malgrado le sollecitazioni e le continue denunce della Soprintendenza, l’amministrazione statale ha erogato con la consueta parsimonia fondi appena sufficienti ad una manutenzione ordinaria del limitato parco archeologico della necropoli della Banditaccia. Per Cerveteri non si sono trovati i miliardi per qualche intervento straordinario,pur sapendo che nell’Etruria meridionale solo questa area, adeguatamente tutelata e valorizzata, potrebbe costituire un obiettivo turistico di massa, analogo appunto a Pompei, senza creare problemi irrisolvibili di salvaguardia, come, ad esempio, nel caso delle tombe dipinte di Tarquinia.

In questo quadro avvilente, va però ricordato il decennale impegno del Gruppo Archeologico Romano che, ricollegandosi idealmente all’opera e ai progetti di Raniero Mengarelli, in stretta collaborazione con la Soprintendenza, hanno riproposto alcune eccezionali aree obliterate, quali la Via degli Inferi, riportata alla luce dal Mengarelli negli anni ’20, e il complesso delle Tombe c.d. «del Comune», scavate nei primi dell’Ottocento dal Campana e valorizzate dallo stesso Mengarelli. Le due zone erano state purtroppo «dimenticate» per mancanza di uomini e di mezzi dalla Soprintendenza e abbandonate al degrado negli ultimi decenni.

La lezione di Cerveteri
da «Archeologia», n. 5, maggio 1987 di Ludovico Magrini

Tra le zone archeologiche dell’Etruria meridionale maggiormente saccheggiate dai ricercatori abusivi antichi e moderni, Cerveteri rappresenta un caso emblematico e un motivo di meditazione sulle difficoltà, che spesso appaiono insuperabili, di gestire la valorizzazione del patrimonio storico e monumentale.

Con le sue necropoli scavate nel tufo a ricreare un immenso impianto urbano articolato in tombe dall’architettura fastosa, strade e piazze, Cerveteri poteva costituire un complesso archeologico di proporzioni almeno pari a quelle di Pompei. Così non è stato.

Dopo gli scavi indiscriminati dei cercatori di tesori ottocenteschi, dopo la parentesi di Raniero Mengarelli al quale, pur con tutte pecche scientifiche da cui non è andato esente il suo lavoro, dobbiamo quel poco che esiste di visibile e di godibile, negli ultimi quarant’anni abbiamo assistito e assistiamo tuttora alla più totale devastazione che sia mai stata perpetrata di un’area archeologica. Un saccheggio che, dopo aver imperversato nelle necropoli, da qualche anno ha preso di mira la stessa area urbana, un vero forziere di dati storici, come stanno rivelando le ricerche, purtroppo limitate, condotte dal Cnr su un’area marginale dell’antica città.

In questi ultimi quarant’anni, malgrado le sollecitazioni e le continue denunce della Soprintendenza, l’amministrazione statale ha erogato con la consueta parsimonia fondi appena sufficienti ad una manutenzione ordinaria del limitato parco archeologico della necropoli della Banditaccia. Per Cerveteri non si sono trovati i miliardi per qualche intervento straordinario, pur sapendo che nell’Etruria meridionale solo questa area, adeguatamente tutelata e valorizzata, potrebbe costituire un obiettivo turistico di massa, analogo appunto a Pompei, senza creare problemi irrisolvibili di salvaguardia, come, ad esempio, nel caso delle tombe dipinte di Tarquinia.

In questo quadro avvilente, va però ricordato il decennale impegno del Gruppo Archeologico Romano che, ricollegandosi idealmente all’opera e ai progetti di Raniero Mengarelli, in stretta collaborazione con la Soprintendenza, hanno riproposto alcune eccezionali aree obliterate, quali la Via degli Inferi, riportata alla luce dal Mengarelli negli anni ’20, e il complesso delle Tombe c.d. «del Comune», scavate nei primi dell’Ottocento dal Campana e valorizzate dallo stesso Mengarelli. Le due zone erano state purtroppo «dimenticate» per mancanza di uomini e di mezzi dalla Soprintendenza e abbandonate al degrado negli ultimi decenni.

Quello che è accaduto a Cerveteri – ma il discorso vale per qualsiasi altro sito storico d’Italia – non è però casuale. Il degrado dei nostri beni artistici e monumentali si è avviato nel momento stesso in cui un malinteso centralismo statale – che soprattutto in questo settore confonde competenza con scientificità – ha totalmente esautorato l’ente locale di ogni e qualsiasi responsabilità in ordine alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio archeologico.

Negli ultimi decenni troppo spesso si è preferita la politica dell’intervento poliziesco alla collaborazione attiva dei cittadini e delle loro rappresentanze democratiche, ottenendo, come risultato, nei casi migliori, la passiva solidarietà di sparute intellighenzie di provincia, più spesso l’omertà (quando non la simpatia e l’approvazione) dell’opinione pubblica nei confronti dei «tombaroli».

Ancor più grave il fenomeno della conflittualità tra Enti locali e Soprintendenze in merito a lottizzazioni, lavori di bonifica, opere pubbliche, immancabilmente programmate su aree di interesse archeologico.

Cerveteri a questo riguardo è emblematica: si pensi alla devastazione dei colli di Zambra, all’espansione urbana sulla necropoli del Sorbo (Regolini-Galassi) e nell’area dell’antica città, al nuovo Cimitero realizzato ai Vignali (all’interno della cinta muraria etrusca), alle lottizzazioni nella zona di Ceri e di San Nicola, agli scassi indiscriminati per bonifiche agricole del sepolcreto di Monte Abatone.

Laddove cioè l’ente locale avrebbe dovuto ergersi a geloso custode e tutore del proprio patrimonio storico, si è constatato (e ancora si constata) che di lì partivano e erano avallati gli attentati più gravi.


All’ente locale oggi si chiede di educare i cittadini al rispetto del patrimonio culturale, di promuovere iniziative di valorizzazione, magari nell’ottica dell’occupazione giovanile, ma sempre con ruoli marginali di competenza. L’ente locale infatti non può programmare interventi, non deve assumersi responsabilità, o meglio, non deve «arrogarsi competenze che non gli spettano». Al massimo, trovi denari: saranno poi le soprintendenze a stabilire dove, come, quando, perché e con chi saranno spesi.

In definitiva, l’organo tecnico – quello cioè che dovrebbe «soprintendere» alle attività di ricerca, di tutela e di valorizzazione deliberate dall’ente locale e da questo affidate a professionisti o ad organi professionali di comprovata affidabilità o realizzate da strutture specializzate dell’ente stesso (si pensi al Comune di Roma) – finisce per ritrovarsi sulle spalle una complessa, grigia attività amministrativa di controllo del territorio con uomini e mezzi insufficienti. Ecco quindi che quelle poche zone archeologiche, quei pochi monumenti sorvegliati divengono in realtà cittadelle assediate, con funzionari sospettosi di tutto e di tutti, in perenne conflitto con tombaroli, agricoltori, costruttori, metal-detector men, sindaci, volontari. Da un lato lo Stato, pressoché impotente, dall’altro tutti gli altri, buoni e cattivi, che, per un motivo o per l’altro, appaiono indiscrinatamente nella veste degli assedianti.

La confusione dei ruoli, la necessità di assegnare a ciascuno il suo, è in definitiva il nodo cruciale da risolvere per restituire alle Soprintendenze un reale ed efficace potere di intervento.

Dall’attuale gestione feudale dei beni culturali italiani discendono tutti i malanni e tutti i danni al nostro patrimonio archeologico, che oggi più che mai ha bisogno di cittadini e non di sudditi per essere compreso, rispettato, valorizzato.

 

 
Annunci
Banner Connect