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La Via Degli Inferi

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La Via degli Inferi a Cerveteri
di Flavio Enei

L’operazione Via degli Inferi a Cerveteri credo sia stata negli anni una delle più grandi imprese che il GAR di Ludovico abbia mai realizzato nell’Etruria meridionale.


A Via degli Inferi nel 1983
Per me che ho avuto l’onere e l’onore di dirigere l’attività per ben cinque anni, come caposettore tra il 1981 e il 1986, rappresenta un pezzo importante della mia vita. Dopo le prime impegnative ripuliture degli anni Settanta che erano riuscite a rendere almeno percorribile la strada rimasta abbandonata fin dall’epoca dello scavo di Raniero Mengarelli avvenuto nel 1927, iniziò con il praticantato del 1981, un nuovo intervento di scavo e manutenzione. Fu dall’estate del 1982 che a partire dal campo di Tolfa con un nutrito gruppo di volontari del GAR insieme ai giovani del Rotaract italiano avviammo la ripulitura a tappeto dell’intera Via degli Inferi, nel tratto compreso tra la città antica e la Tomba delle Colonne Doriche. Il lavoro iniziò dalla zona prossima alle mura urbane di Caere in quell’area fuori dal tempo dove scorre il fosso Manganello e la vegetazione rigogliosa e l’acquitrino rendevano impervio il passaggio nascondendo alla vista le antiche strutture. Per chi non la conoscesse, la Via degli Inferi è una delle grandi arterie stradali etrusche che, profondamente scavata nel banco roccioso di tufo, uscita dalle mura della città di Caere poneva in comunicazione la città dei vivi con l’immenso sepolcreto monumentale della Banditaccia. È inutile descrivere le suggestioni e le forti emozioni che procura il solo passeggiare tra quelle pareti umide di tufo coperte di muschio e di rovi in mezzo alla fitta macchia mediterranea, tra centinaia di tombe a camera e sepolture databili tra l’VIII e il I secolo a.C. Il Mengarelli l’aveva considerata senza ombra di dubbio la più grande attrattiva dell’intera necropoli con le sue monumentali piazze sepolcrali aperte sui lati della strada a più livelli. L’incuria degli uomini e soprattutto il continuo e totale saccheggio operato dai “tombaroli” di Cerveteri avevano di fatto quasi cancellato dalla memoria la presenza del monumento, colmato di terra e di blocchi gettati dall’alto in seguito agli scavi abusivi e del tutto ricoperto dalla vegetazione infestante.


Ludovico a Via degli Inferi nel 1984 [di Pino Trogu]Tornando indietro con i ricordi, una delle prime immagini che mi viene in mente è proprio quella di Ludovico che, seduto sopra un blocco di tufo sul lato della via, dinanzi alla Piazza B, coordina i primi interventi. Non vorrei sbagliare ma credo che la torrida estate ‘82 abbia visto nella Via degli Inferi una delle ultime sue uscite dirette e partecipate sul campo di scavo con addosso una delle sue tipiche ed intramontabili camicie color verde militare. Poco lavoro fisico, molta organizzazione e direzione…

Da quel momento per il sottoscritto fu un crescendo di attività ed impegno. Dall’anno seguente, fino al 1986, credo di aver trascorso tutte, e dico tutte, le domeniche e i periodi di festa e di vacanza disponibili in mezzo a quel tufo rossastro coperto di licheni e dall’odore inconfondibile.

Il “Settore Cerveteri Via degli Inferi” divenne uno dei più numerosi, articolati ed importanti settori del GAR nel quale militava una gran parte della “migliore gioventù” garista. Ogni domenica si partiva alle 7.00 con il bus Acotral da via Lepanto a Roma per giungere nella piazza di Cerveteri dalla quale a piedi si raggiungeva la necropoli (circa 2 km) dove avevamo il deposito degli attrezzi ed una stanza di lavoro presso l’Ufficio Scavi della Soprintendenza. Presi gli attrezzi, con carriole, pale e picconi dopo altri 800 metri si arrivava alla Via. La sera, dopo una giornata di lavoro, si rifaceva il percorso al contrario verso Roma. La giornata quasi sempre terminava con il passaggio in sede per posare materiali vari ma soprattutto per andare da Vico a raccontare le scoperte e sentire il suo parere. Era bello entrare in sede sporchi di fango con zaini, rilievi, paline ed altre cose e andare da lui anche solo “per fare due chiacchiere col capo”. Per quattro anni, ogni estate, dal campo di Tolfa si partiva con i panini di Zia Teresa e il bus “Michelangelo” alla volta di Caere e della Via con gli amici venuti dai Gruppi d’Italia e da mezzo mondo grazie agli scambi che si facevano tramite il Ministero degli Esteri. Con noi hanno lavorato egiziani, portoghesi, inglesi, francesi, turchi, spagnoli, finlandesi, tedeschi e maltesi, e sicuramente anche altra “gente di fuori” che ora non ricordo. In quel periodo abbiamo contribuito molto a ripianare i bilanci delle Ferrovie dello Stato con tutti i viaggi che nascevano dopo i campi per incontrarci con gli amici e con le amiche che avevamo conosciuto.

Nel Settore esisteva il “Gruppo di Restauro”, il “Gruppo di Disegno e Rilievo”, il “Gruppo di Documentazione Fotografica”, “Studio dei Reperti”, “Tipologia Tombale”, il “Gruppo didattica e valorizzazione”, il “Notiziario di Settore”. Durante la settimana ci si incontrava in sede a Via Belli per la riunione generale, poi i lavori dei gruppi e soprattutto le immancabili uscite serali in giro per Roma con pizza, birra, e chitarre con i conseguenti grandi e piccoli innamoramenti.

Ripulimmo a tappeto quasi cinquecento metri di strada, riportando in luce il piano antico con le profonde tracce lasciate dall’usura delle ruote dei carri, una decina di piazze sepolcrali con un centinaio di tombe a camera ed un numero imprecisato di fosse, pozzetti e camere costruite. Si rinvennero 28 “contesti integri” come li chiamavamo con un po’ di saccenteria, 28 sepolture tra fosse ed incinerazioni ritrovate intatte durante la ripulitura. Ricordo una fossa con un notevole corredo ellenistico comprendente una piccola olla con l’iscrizione etrusca Tanachthi, un’incinerazione entro una bellissima pelike a figure rosse, tombe infantili con fibule in bronzo, un grande sarcofago cilindrico in tufo con un ricco corredo di fine VIII inizi VII secolo a.C., una piccola anfora fenicia in pasta vitrea policroma. E ancora: una brocca a vernice nera sovradipinta con uno specchio in bronzo del IV secolo a.C., tante e tante ceramiche di ogni tipo e classe. Infine, una delle scoperte più interessanti fu proprio quella dell’utilizzo protrattosi fino in piena epoca romana alla quale appartenevano alcuni piccoli monumenti ad edicola ed incinerazioni con balsamari in vetro e pregevoli resti di letti decorati con figure intagliate in osso e in avorio. Per lo scavo di questi contesti occorreva restare a dormire nella Via per evitare che intervenissero i “tombaroli”. Mentre in estate con il sacco a pelo sotto gli alberi era anche divertente, durante l’inverno, tra dicembre e febbraio, si è rischiato più volte l’assideramento nonostante il fuoco e il riparo sui “comodi letti con cuscino” delle tombe a camera arcaiche. Straordinario fu il recupero della cosiddetta Piazza di Arnth, in onore del nome iscritto sul fianco di un piccolo colombario. Si tratta dell’unica piazza ancora conservata con l’originaria facciata in opera quadrata sormontata da cornici sagomate. Qui, dopo il nostro intervento di ripulitura e scavo, la Soprintendenza intervenne con un notevole lavoro di restauro salvando l’intero complesso ormai prossimo al crollo per colpa delle radici di un albero cresciuto proprio sopra la muratura. Se andando alla Via potete ancora ammirare quella facciata architettonica fu grazie al paziente lavoro di rilievo e siglatura dei blocchi che furono smontati e, tolto l’albero, rimessi esattamente al loro posto. Al bivio tra la Via degli Inferi ed un suo diverticolo, rimuovendo la vegetazione scoprimmo una lunga iscrizione etrusca su tre righe che fu poi studiata e pubblicata. Riportava il nome del magistrato che forse aveva fatto fare un importante lavoro pubblico.

Mi piace ricordare il sistematico impegno anticlandestino che ogni domenica si svolgeva andando a controllare tutta l’area circostante dove imperversavano i tombaroli di notte così come di giorno, la domenica e durante la settimana. Gli scavatori abusivi lasciavano gli attrezzi nascosti nei pressi dei loro “scavi” e noi non dovevamo fare altro che trovarli e portarceli via per scambiarli con quelli del settore Tolfa che scavava a Pian Conserva: pale, picconi, forini, piedi di porco e secchi a volontà. Il maresciallo dei carabinieri sparò un colpo in aria durante il suo intervento su nostra segnalazione, fu un fuggi fuggi di gente in mezzo alla boscaglia. La domenica seguente trovammo per rappresaglia tutta la via ricolma di terra e di blocchi gettati dall’alto nell’area che avevamo appena ripulito.

Una delle cose che più mi fanno tenerezza era l’incoscienza collettiva che ci aveva portati a mettere in opera un ingegnoso sistema di sollevamento dei grandi blocchi che giacevano accatastati sul piano stradale fin dall’epoca del Mengarelli. Decidemmo di ricollocarli in alto sui bordi della via a contenimento della terra. Fu un crescendo di “tecnologie applicate”… Ad un primo argano rudimentale a carrucola singola seguirono argani sempre più articolati a carrucole doppie e triple fino a sollevare come fuscelli i blocchi anche a 6-7 metri di altezza. Gli alberi erano i nostri preziosi punti di appoggio, noi sotto a tirare le cime.

Nell’estate del 1986 la via era ripulita, era rinata una sezione Cerveteri del GAR che lavorava al nostro fianco, il servizio di visite guidate del settore accompagnava i visitatori ogni domenica, dopo che avevano firmato l’apposito registro delle presenze. In migliaia hanno potuto conoscere, ammirare e fotografare il monumento perfettamente ripulito. Prestigiosi giornali italiani e stranieri pubblicarono articoli ed inserti sul grande lavoro di recupero fatto dai giovani volontari di Magrini a costo zero per il pubblico erario. Anche la televisione si occupò di quello che avevamo fatto (in particolare Fabio Fazio con la trasmissione “Orecchiocchio”).

Mentre eravamo ormai ad un passo dal ricongiungere la città antica con la sua necropoli, secondo il vecchio progetto del Mengarelli, restituendo a Cerveteri un pezzo fondamentale del suo patrimonio storico-archeologico, giunse il fulmine a ciel sereno… La nuova ispettrice della Soprintendenza decise che il nostro intervento di ripulitura stava compromettendo la conservazione del tufo e delle strutture antiche… Inoltre, con l’indagine stratigrafica sull’interro del piano stradale, la ripulitura si era ormai trasformata in uno scavo a tutti gli effetti e quindi non poteva assolutamente proseguire nei modi e nei tempi che fino a quel momento si erano verificati. Il permesso alla fine non fu rinnovato e il Settore fu prima spostato per due anni nell’area delle Tombe del Comune e quindi, non più sotto la mia direzione, fu fatto “migrare” conservando il nome di “Settore Caere Nord” sui Monti della Tolfa allo scavo della villa romana della Fontanaccia.

L’enorme massa di documentazione effettuata in anni di lavoro, quasi pronta per la pubblicazione (centinaia di rilievi, foto, diapo, schede, diari), dall’archivio GAR finì a casa di Francesco Galluccio dove tuttora giace inedita. I materiali, inventariati e consegnati alla Soprintendenza, sono depositati a Cerveteri nei magazzini della Banditaccia e del Museo Nazionale.

Così è finita la grande impresa della Via degli Inferi: un’esperienza indimenticabile che ha visto un nutrito gruppo di adolescenti e di “archeologi iscritti al primo anno” crescere insieme sul piano umano e scientifico in una straordinaria palestra di vita.

Gli “studenti del primo anno” sono oggi in soprintendenza, nelle università e nei musei civici, sono bravi professionisti del mestiere dell’archeologo. Credo che la partecipazione all’impresa della Via degli Inferi sia stato un momento formativo fondamentale per molti di noi fatto con la stessa grande passione che ancora oggi ritrovo in coloro che vi parteciparono: un impegno civile e culturale fortissimo. Facemmo questo per dimostrare con i fatti che quello che ci diceva Ludovico era vero: noi eravamo e, per quanto mi riguarda, siamo ancora tra quei volontari che “possono portare un contributo significativo alla ricerca, alla tutela e alla valorizzazione del nostro patrimonio storico-archeologico”.

Mi piace chiudere questo ricordo più o meno disarticolato di cose fatte con una delle immagini che più mi è rimasta impressa nella memoria tra le tante vissute nella Via degli Inferi.

Eravamo in una calda notte estiva e rimanemmo in tre o quattro a guardia di una tomba in corso di scavo. Il fuoco acceso per cucinare la carne, un buon vinello e poi la passeggiata sotto le stelle nella via appena visibile alla luce della luna. Ponemmo per gioco due lampade nei solchi dei carri e all’improvviso due fasci di luce radente illuminarono il piano stradale creando in modo del tutto inaspettato un paesaggio mai visto prima, surreale e straordinariamente suggestivo. L’emozione fu forte, per un po’ restammo a guardare in silenzio quasi inebetiti. Ci sentimmo felici di essere lì fuori dal tempo con i nostri pochi anni immersi nel buio dei secoli.

 

 

 

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