IRASENNA

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Storia Etrusca

Situata alla sommità di un colle tufaceo che culmina in un esteso pianoro, vicinissima alla costa tirrenica dove ormai dilagano il cemento e l'asfalto di moderne località balneari, l'importante meta archeologica dista circa quarantacinque chilometri da Roma, da cui è raggiungibile per mezzo della via Aurelia o dell'autostrada per Civitavecchia. L'abitato moderno occupa una parte molto esigua di quello che fu il centro etrusco all'apice del suo splendore. Esso sorgeva, infatti, su una superficie di circa 150 ettari compresa fra i fossi del Manganello e della Mola e come Vulci, Vetulonia ed altre metropoli coeve aveva una popolazione di centomila abitanti.


Questa notevole dimensione demografica spiega chiaramente l'immensità delle necropoli che la circondavano e che attualmente si identificano nelle zone del Sorbo, di Monte Abatone, della Cava della Pozzolana e della Banditaccia. Circa le origini di Cerveteri vi sono opinioni alquanto discordi e prive di inoppugnabili elementi storici probatori; per cui il problema è probabilmente destinato a rimanere senza soluzione. Dionisio di Alicarnasso elenca la città fra quelle - Pisa, Saturnia, Alsio, eccetera - che sarebbero state tolte ai Siculi o Sicani dai Pelasgi alleati con gli Aborigeni. Se ciò fosse vero, Cerveteri affonderebbe le proprie radici nel buio dei millenni, addirittura in epoca paleolitica, nella quale i Sicani avrebbero vissuto, come traspare dal loro nome derivante dal verbo latino « secare », evidentemente riferito alla lavorazione della pietra, attività tipica di quei popoli preistorici. I Siculi, secondo qualche autore, vennero poi cacciati, intorno alla seconda metà del XIV sec. a.C., dai Pelasgi provenienti dalla Macedonia o dalla Tessaglia che presero possesso della città abbandonata unitamente agli Aborigeni, una popolazione del Reatino abituata ad emigrare quando i centri in cui abitava crescevano a dismisura creando serie difficoltà nell'andamento della vita comunitaria. E furono i Pelasgi, si dice, a battezzare Cerveteri con un nome che ricordava la forma tondeggiante della collina su cui si era stanziata la collettività primitiva: Agylla.
Canta, Virgilio, nell'Eneide: « ... Non lungi da qui, su antico sasso fondata, è la città di Agilla ... ». E Namaziano, in De reditu suo: « ... Il pilota già accenna al territorio di Cere: col passare del tempo lasciò il nome vetusto di Agylla » Come racconta Erodoto, in contrapposizione alla tesi di chi li considera autoctoni, dalla Lidia in cerca di una terra ospitale giunsero quindi i Tirreni o Etruschi, stabilendosi sul suolo italico molto tempo prima di quel VII sec. a.C. in cui l'Etruria espresse le manifestazioni più alte della loro grandezza e della loro magnificenza. I nuovi arrivati si imposero alla popolazione residente anche in Agylla (che chiamarono Cisra, secondo quanto risulta da una iscrizione trovata a Pyrgi), riuscendo a far salire sul trono della città uno di loro, Mezenzio. Questo singolare personaggio, le cui vicende, fino alla morte per mano di Enea, sono descritte con accenti spesso stupendi nell' Eneide virgiliana, si rese ben presto inviso alla sua gente a causa del governo tirannico che aveva instaurato «( ...so che l'odio de' miei mi circonda implacabile ... », esclamò prima che la spada dell'eroe troiano gli trafiggesse la gola). Perciò, chiamato in aiuto Tarconte con un nutrito esercito, i ceriti lo costrinsero all'esilio. Riacquistata la libertà, la cittadina ebbe modo di attender tranquillamente alle proprie occupazioni, così da poter rivelare. intorno al IX-VIII sec. a.C., i primi concreti segni di una vita orientata verso prospettive economiche e sociali di notevole rilievo. Sono di questo periodo la colonizzazione greca dell'Italia meridionale, l'intensificarsi dei traffici commerciali fra gli opposti versanti nel Mediterraneo, l'interesse spiccato per l'Etruria, dove le
ricche miniere dell'Isola d'Elba e gli stabilimenti di produzione di Populonia costituivano degli autentici centri propulsori dell'attività di trasformazione e di lavorazione dei metalli.
Artisti provenienti dalla Grecia, dalle sue isole e dall' Asia Minore, dopo un periodo di importazione degli oggetti prodotti in quelle località, si trasferirono stabilmente soprattutto nelle città etrusche costiere e qui impiantarono operose officine dove gli orafi, i figuli e i ceramisti apportarono coll'andar del tempo alle loro creazioni sostanziali mutamenti di stile e di gusto rispetto alle caratteristiche originarie. È certo che Caere, con i suoi porti di Punicum (Santa Marinella), Pyrgi (Santa Severa) e Alsium (Palo), partecipò in maniera assai intensa a questo fervore mercantile che coinvolgeva gli scali marittimi di tutto il Mediterraneo. In tal modo, essa si inserì nel novero di quelle città che, come afferma Filippo Coarelli, erano divenute « non solo centri economici e politici di primo piano, ma anche vere e proprie metropoli culturali ».
Per quanto concerne la produzione di oggetti d'oro - è sempre il Coarelli che lo sostiene - questi importanti centri « sono probabilmente da identificare in Vetulonia, nell'Etruria settentrionale, e in Caere, nell'Etruria meridionale ». Ma il grande e civilissimo centro tirrenico recò vanto sui più attivi mercati anche per la produzione di oggetti in bronzo con finissime decorazioni a sbalzo, un settore della torèutica in cui già la vicina Tarquinia si era affermata dovunque. Altrettanto può dirsi in relazione alla statuaria che, tuttavia, si concretizzò soprattutto in lavori di terracotta. In questo genere di espressione artistica i ceriti furono inimitabili, come dimostrano le urnette, le statuette, le antefisse, le lastre fittili, i sarcofagi recuperati nei sepolcri, fra gli avanzi dei templi e nei depositi votivi. Di indiscutibile pregio fu la ceramica di bucchero che in molti casi primeggiò su quella, pur decisamente apprezzabile, di Vulci e di Tarquinia. I vasi realizzati a Caere con questo materiale si presentano sovente, oltre che molto lucidi e di colore nero intenso, di spessore assai sottile. E le loro decorazioni (a rilievo, incise o striate) sembrano ottenute su superfici metalliche. Veramente straordinario è un gruppo di questi oggetti proveniente dalla necropoli del Sorbo: di fattura tanto squisita da indurre qualche studioso a escludere che siano stati eseguiti a Caere da artisti etruschi, mentre il loro stile e il loro modellato costituiscono le migliori prove che proprio in una bottega etrusca sono stati ideati e prodotti. E di fabbriche locali è probabile che la città disponesse anche per ciò che riguarda l'intaglio dell'avorio, di cui, relativamente all'Etruria tirrenica, si sono reperiti superlativi esemplari (ma sembra di importazione o elaborati sul posto da artigiani immigrati) specialmente nelle necropoli di Banditella e Perazzeta presso Marsiliana d'Albenga (Comune di Manciano), note in tutto il mondo per aver restituito la famosa lavagnetta eburnea con il princeps degli alfabeti etruschi, com'ebbe a definirlo Antonio Minto.
Non bisogna dimenticare, infine, la pittura cerite del periodo arcaico, singolarissima, sebbene testimoniata da scarsi ritrovamenti, in netto contrasto con le fonti storiche e letterarie che la tramandano, invece, come assai diffusa. Cerveteri, dunque, verso il VII sec. a.C. - inizio di quello straordinario periodo così detto orientalizzante che si protrasse anche per buona parte del secolo successivo - raggiunse una potenza economica e un tenore di vita difficilmente eguagliabili, come si può dedurre dalle testimonianze sepolcrali venute alla luce nelle necropoli del Sorbo (Tomba Regolini-Galassl) e della Banditaccia, indicative di una società indubbiamente assurta a livelli culturali e civili di grande rilevanza. E ciò avvenne, in modo particolare, grazie al predominio marittimo che Caere, più di altre località litoranee della nazione etrusca esercitò per molto tempo sulle acque del Tirreno. Per mantenere questa supremazia, da cui segnatamente derivavano il benessere e il grande prestigio della lucumonia, i Ceriti furono costretti a ostacolare più volte le mire di conquista e di espansione dei Greci e ad allearsi con i Cartaginesi allo scopo di debellare in maniera definitiva i pericolosi contendenti. Questo patto di solidarietà politica e militare fra Etruschi e Punici venne stipulato intorno al 540 a.C. (535 per alcuni, 536 per altri), anno in cui le due flotte avversarie si scontrarono nel golfo còrso di Alalia (Aleria), dove i Greci di Focea, dopo una battaglia durissima, combattuta all'ultimo sangue, furono gravemente sconfitti e costretti ad abbandonare il campo con le forze navali decimate, giacché, come si apprende da Erodoto, da Strabone e da Diodoro, persero nel disastroso conflitto ben quaranta galee. Fu in questa circostanza che i Ceriti, tornata in patria la flotta vittoriosa, si abbandonarono a gesti insensati, estranei alla loro etica, trucidando sulle imbarcazioni tutti i prigionieri focesi. Non tardò - narra Erodoto - la punizione dei numi: una grande mortalità colpì a Caere sia la popolazione che gli armenti; per cui, consultato l'oracolo di Delfi, al fine di espiare il"grave reato commesso e di placare l'ira divina, furono costretti a rendere onore alle loro vittime mediante giochi funebri celebrati con particolare solennità e da ripetersi annualmente. La potenza marittima della città si spiega con il fatto che il territorio ceri te si affacciava sul mare per una settantina di chilometri, dalle foci del Mignone (Minio) al di là di Civitavecchia (Centumce/lae), a quelle dell' Arrone (Aro) nelle vicinanze dell'attuale Fiumicino. Sugli altri lati confinava con Veio e Tarquinia, estendendosi nell'entroterra oltre i Monti della Tolfa da una parte e fino al Lago di Bracciano (Lago Sabatino) dall'altra, sul quale disponeva di due importanti centri: Angularia (Anguillara Sabazia) e Aquae Apollinaris (Vicarello). Dai Monti della Tolfa, Caere estraeva, naturalmente, i minerali che caratterizzavano quei ricchi giacimenti (rame, stagno, ferro) per mantenere in piena attività la fiorente lavorazione locale dei metalli.Anche quando, verso la fine del VI sec. a.C., le fortune del popolo etrusco subirono una considerevole stasi annunciatrice di tempi poco propizi, sembra che Caere non venisse nemmeno sfiorata da questo periodo di difficoltà. E le famiglie romane più in vista continuarono a mandarvi i loro figli - come ci fanno sapere Cicerone e Livio - per ricevere un'educazione che fosse all'altezza delle loro condizioni sociali.
Allorché venne cacciato da Roma (510 a.C.), Lucio Tarquinia il Superbo cercò rifugio a Caere convinto di trovare nella città un aiuto concreto per tentare la riconquista del trono. Ma non fu così: la lucumonia gli negò ogni appoggio, preoccupata com'era di mantenere sul Tirreno la propria egemonia divenuta oggetto di continue, gravissime insidie; ed anche a causa, molto probabilmente, della contrarietà che animava i suoi maggiorenti verso forme di amministrazione della cosa pubblica tiranniche e assolutistiche come quelle che il Superbo aveva instaurato. Fu così che il re spodestato si rivolse positivamente a Tarquinia. DA « ILLUSTRE E SPLENDIDA» A MODESTO VILLAGGIO


Nel V secolo a.c. si manifestò in Etruria una crisi economica e
commerciale di vasta portata. Tutti i centri, piccoli e grandi, ne
vennero coinvolti. Anche Caere subì le conseguenze di questa sorte
avversa. E la gravità della situazione assunse accenti veramente
drammatici per la città all'indomani della sconfitta (474 a.C.) alla
quale andò incontro la flotta etrusca nelle acque di Cuma ad opera
di Gerone, tiranno di Siracusa.

Il mare, infatti, costituiva la maggiore fonte di ricchezza della
metropoli tirrenica; ed il colpo inferto alla potenza marittima nazionale,
che ventidue anni più tardi (452 a.C.) si accentuò con la
perdita dell'Elba sopravvenuta a determinare la supremazia commerciale
ellenica sul Tirreno, rappresentava quindi per il popolo
cerite un vero disastro.

La decadenza fu un evento ineluttabile, ma soltanto, tuttavia,
per ciò che si riferisce all'intraprendenza e alla severità dei costumi,
perché relativamente al settore artistico e culturale la città
continuò a far valere il proprio indiscusso prestigio e a mantenere
il primato fra le consorelle etrusche.

La guerra decennale fra Roma e Veio, conclusasi nel 396 a.C.
con la capitolazione della potente lucumonia, « una delle regine
d'Etruria », non intaccò minimamente i rapporti di amicizia e di
buon vicinato che intercorrevano fra i Romani e i Ceriti. Tant'è
vero che - lo fa rilevare Gerolamo Boccardo - « All'irrompere
dei Galli in Roma, nel 390 avo Cristo, Caere fu scelta dai Romani
come luogo d'asilo, ove inviarono gli oggetti sacri più preziosi...».

Fu in questa occasione che la capitale latina espresse la sua riconoscenza
allo Stato limitrofo conferendo ai suoi abitanti la cittadinanza
romana senza diritto al voto (sine suffragio).

Intanto, un nuovo episodio di particolare gravità venne a debilitare
ulteriormente la potenza cerite: accadde nel 384 a.C., quando
il tiranno di Siracusa, Dionisio, sferrò con sessanta galee un
proditorio attacco ai porti della città seminandovi la distruzione e
la morte.

Trovandosi in difficoltà finanziarie, memore dell'aiuto offerto
dall'Etruria ad Atene in occasione della guerra siciliana (414-413
a.c.) e non dimentico dell'intervento navale di alcune città etrusche
a favore di Alcibiade sceso in lotta contro Siracusa, Dionisio
decise di risolvere i suoi problemi economici operando il saccheggio
delle floride città dei Rasenna.

A fare le spese del suo spietato proposito (egli cercò di legittimarlo
anche con il pretesto degli atti di pirateria che sarebbero
stati compiuti dagli etruschi nelle acque del Mediterraneo) fu la
città-stato di Caere il cui territorio si affacciava sul mare con tre
scali marittimi.

Il proditorio attacco, sferrato con preponderanti forze e con
l'impeto delle soldatesche avvezze a quelle imprese nefande, travolse
letteralmente le milizie ceri ti colte di sorpresa; cosicché, una
dopo l'altra, le piazzeforti di Pyrgi, di Alsium e di Punicum, furono
costrette a capitolare e a cadere preda, con i loro empori colmi
di ogni merce preziosa, delle inesorabili schiere mercenarie.
Il tempio dedicato alla dea Leucotea subì il saccheggio delle
orde sacrileghe, la cui cupidigia trovò di che saziarsi nell'esistenza
di favolosi tesori.
A proposito di questo infausto evento, ecco quanto si legge nel
documentatissimo volume Cere e suoi monumenti (1890) di Francesco
Rosati: « Da Diodoro Siculo, il quale nel lib. 15, C.14 descrive
particolarmente un tal fatto, si racconta che, nella distruzione
fatta dopo quel saccheggio delle spoglie del tempio, ne toccasse
di sua porzione al tiranno non meno di 500 talenti, e che divenisse
così ricco da poter assoldare una gran quantità di gente
d'ogni sorte, e di poter mostrare apertamente di far guerra ai Cartaginesi.
Aristotele poi che fu vicino a quel fatto, nel lib. 2
dell'economia, ricordando come quel tempio dei Ceriti fosse dedicato
alla Dea Leucotea, e facendo invece ammontare a 100 le galee
condotte da Dionisio, dice che questo tiranno molto oro ed argento
e non pochi ornamenti portasse in Siracusa da quel saccheggio».

I buoni rapporti di Caere con Roma si incrinarono nel 352 a.C.,
allorché la città, o meglio una parte dei suoi abitanti, partecipò alla
ribellione dei Tarquiniesi e dei Falisci contro la Repubblica.
Il Senato Romano, di fronte alla gravità dei fatti, dichiarò
guerra ai Ceriti; ma questi, anziché impugnare le armi, inviarono
a Roma i loro ambasciatori per implorare un atto di clemenza in
nome dell'antica amicizia e dell'ospitalità offerta ai profughi, ai
Sacerdoti e alle Vestali durante l'invasione dei Galli di Brenno.

Le preghiere furono accolte, la guerra venne scongiurata e la
città ottenne, per giunta, una tregua di cento anni senza alcuna
contropartita - a detta di Tito Livio - a differenza di quanto afferma
Dione Cassio, secondo il quale, per garantirsi così ampi benefici,
Caere fu costretta a cedere metà del proprio territorio.
È chiaro, comunque, che da questo momento la vita della città,
al pari di quella degli altri centri etruschi, si svolse decisamente
nell'orbita di Roma, risentendo in maniera non indifferente della
politica espressa dalla Repubblica.

Ridotta poi al rango di semplice prefettura, e perduta quasi
ogni autonomia, nel 264 a.C. fu privata del porto e delle miniere
della Tolfa. Dovette così rassegnarsi a cercare nell'attività agricola
i mezzi di sostentamento. Ma anche a questo settore Roma attinse
frequentemente, indebolendo le già magre risorse economiche
della città, come nel 206 a.C., quando il giovane Console Pubilio
Scipio ne si rifornì a Caere di tutte le vettovaglie che gli necessitavano
prima di salpare per l'Africa con una potente flotta in occasione della
seconda guerra punica. E con molta probabilità, a
causa della mancanza di fonti di reddito remunerative, molti ceriti,
specialmente fra i giovani, abbandonarono la città e le campagne
per arruolarsi nell'esercito romano, determinando, in tal modo,
un decadimento sempre più preoccupante della loro patria nel
suo complesso.

All'inizio del periodo imperiale, Caere aveva perduto ogni importanza
ed era considerata, dal punto di vista demografico, al di
sotto delle sue Thermae Caeretane tuttora riconoscibili, per una
serie di testimonianze, nella località Bagni di Costantino presso la
frazione del Sasso, un suggestivo paesello collinare dalle origini
preistoriche.

In poche parole, la potente metropoli etrusca, centro un tempo
di raffinata cultura e di fiorenti commerci, era ormai divenuta, da
« illustre e splendida» come la rammenta Strabone, un modesto
villaggio.


 
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